27/01/2012
Tra le pieghe di una gonna a quadri
Il mio è un ricordo vago! Scorrazzavo per tutta casa come un’invasata per vederli girare intorno a me. Erano tanti e di colore diverso. Erano tutti appoggiati su uno sfondo color lavanda. Abitavano la prima gonna che ebbe la fortuna di avvolgermi le natiche. Si trattava di un gonnellino fiorato con un laccio giallo che faceva da cinturino.
E’ la prima immagine di me con le gambe scoperte che riesco a ricordare! Era il giorno del mio compleanno: quel giorno compivo tre anni e anche se avevo il taglio corto da maschiaccio che mi lasciava il mento scoperto, dal ventre in giù, già iniziava ad intravedersi la donna che sarei potuta diventare. Dico “potuta diventare” perché alla fine non lo sono mai diventata del tutto!
Dopo quella volta, sono rare le occasioni in cui ho lasciato che non fosse la tela ruvida di un paio di jeans a modellarmi i fianchi. Eppure quel giorno, il 15 giugno del 1985, me lo ricordo bene. Anche se non potevo ancora sapere cosa significasse essere donna secondo la visione patriarcale del termine, quel giorno iniziai ad atteggiarmi come tale.
Ricordo ancora le parole di mia madre: “ Stai ferma che ti devo sistemare la gonna!”, ed io che non me ne curavo e, nel frattempo, pensavo in silenzio: “ Ma io non c’entro niente con questa roba! Perché mi ha vestita come Barbie? Lo sa che adoro giocare a pallone e che ho sempre le ginocchia sbucciate!”; eppure, la lasciai fare.
Durò poco! Ben presto i nastri rosa del femminismo contagiarono anche me, come avevano già fatto con milioni di altre donne che, stanche di “partorire figli come conigli”, iniziarono a pretendere, ad alta voce, la parità dei sessi. Iniziai a sognare slogan radicali del tipo “ Indosserò un saio in pubblico, quando tu uomo indosserai un kilt per andare a lavoro!” o “ La differenza tra una minigonna e un tubino, la faccio io!”, ma anche questo periodo della mia vita si concluse presto, senza lasciare particolari strascichi.
Negli anni, lasciai che Alessandro, il mio primo ragazzo, mi dicesse: “Lo sai perché non ti trucchi? Perché odi le gonne? Perché le ritieni cose da donne effimere!” E mentre lo diceva, aveva l’aria sdegnata, di chi sogna una donna diversa: una donna appariscente a cui piace farsi vedere.
Ho lasciato che Michele, l’uomo a cui, in seguito, espressi il mio interesse, senza cedere, di fatto, alle sue avances, mettesse in discussione la mia eterosessualità. Un giorno, sorridendomi bisbigliò: “A te non piace fare l’amore!”, e io già stavo morendo, non solo perché la sua affermazione era totalmente sbagliata, ma anche e soprattutto perché avevo una voglia infinita di farlo con lui. Ho continuato a voler fare l’amore con Michele, non arrivando mai a concedermi, per i successivi tre anni. Furono i tre anni più “mascherati” della mia vita! Chili e chili di lana mista ad acrilico che avvolgevano giorno e notte il mio corpo da ventenne. Gli occhiali in celluloide nera che mi appesantivano lo sguardo vitreo. Le polacchine marroni che mi fasciavano i piedi d’estate e d’inverno. E sempre le gambe ben nascoste dentro un paio di pantaloni di cotone.
Adesso basta! Ormai è finito il periodo delle contestazioni di piazza e delle recriminazioni private! Non ho più l’età per potermi vergognare di quella che sono: un essere umano di sesso femminile! E’ tramontata l’idea malsana di annullare il corpo per lasciare libero sfogo alla mente! Ora ho finalmente riscoperto il piacere di indossare una gonna con leggerezza e brio, un po’ come accadde il giorno del mio terzo compleanno; e ogni volta è una cosa diversa, ma pur sempre un piacere. Questo perché, da donna matura, ho capito che ci sono modi più intelligenti che, utilizzare il proprio corpo, per esprimere le proprie idee. Così ho iniziato a pensare seriamente anche tra le pieghe di una gonna a quadri.
18:16 Scritto da: ernestina82 | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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