17/09/2011
Storia di un giornalista di successo
Era un giorno di metà settembre. Correva l'anno 1977. Giorgio a quei tempi era ancora un bambino di Milano costretto a dare la mano alla nonna per attraversare la strada all'incrocio tra via Montenapoleone, via Verri e via Sant'Andrea.
Quella mattina di settembre segnò il suo destino: i suoi occhietti vispi si posarono, infatti, sull'orlo di bicchieri sonanti.
Quel giorno di fine estate c'erano i giocolieri a ravvivare gli umori malconci dei passanti. In tutto quel trambusto, tra il rumore assordante dei clacson, le voci rauche dei motori arrugginiti, le parole urlate dai viandanti abusivi, era in corso uno spettacolo gratuito di artisti di strada.
C'erano i mimi a ravvivare il bianco delle lenzuola, i nasi rossi dei pagliacci, le caricature buffe dei paganti dall'ego traboccante. In tutto questo viavai di gente, l'attenzione di Giorgio si soffermò sulla voce emessa dall'ossido di silicio.
Quel suono stridulo prodotto dal vetro, tornò spesso a farsi sentire nella sua testa . Lo sentì il giorno in cui lo incoronarono dottore in lettere e filosofia. Tornò a risentirlo quando sbandando tra le strade del "Chi sono io?" si fece più e più volte male.
Il suo problema era che non sapeva come far fluire in modo produttivo le sue potenzialità. Aveva riempito la testa di dottrine discutibili per anni ma ciò non l'affrancò dal debito che aveva in sospeso con l'imperativo categorico di kantiana memoria.
Tutte le mattine guardandosi allo specchio si ripeteva: "Io posso! Dunque io sono!" Già, ma chi era Giorgio?
Giorgio era un ragazzo dall'intelletto esigente e dal cuore malato. Non amava le parole barocche, nè le firme in evidenza sull'elastico delle mutande. Produceva migliaia e migliaia di pensieri al giorno. A volte parlava con i protagonisti dei suoi sogni. E poi gli capitava spesso di ridere da solo per strada quando si lasciava andare alla libera interpretazione delle cose. Iniziò a scrivere "Zibaldoni" di cartastraccia quando aveva solo quindici anni. Aveva la creatività che solo un mancino sa avere; ed infatti era mancino. Aveva da ridire su tutto: anche sull'ἀρχή dei dogmi cristiani.
Tutto ciò, la condanna al martirio che s'era inflitto da solo, lo portò ben presto a diffidare del mondo e della gente comune.
Lungo la scalata verso l'Olimpo, s'imbatte in tanti ostacoli: gente fanatica che voleva demolire le sue convinzioni, persone maligne che volevano far vacillare le sue certezze.
Ne incontrò di colleghi con la punta della penna gocciolante. Gente convinta di saper far bene che invece era buona solo a fare gli origami. Persone che curavano solo l'aspetto della notizia e che erano solite dirsi: "Guarda che roba! Sono riuscito a far incazzare la stampa locale! Sono troppo figo!", si perchè per loro ciò che contava era solo suscitare clamore nei lettori inciampati per caso su una pagina di giornale.
Giorgio odiava quella tipologia di "professionisti": odiava il loro tentativi di tirar su gli applausi cucendo tra loro le parole con il filo grezzo della provocazione e del fanatismo.
Inizialmente soffrì per la diversità che si portava addosso. Poi, però, col tempo capì che quella era la sua vera ricchezza, il suo miglior biglietto da visita.
Diventò un giornalista di successo: un seguace inconsapevole di Enzo Biagi e del suo saper scrivere umilmente.
Tutto quello che diventò in seguito, lo doveva a quella mattina di metà settembre del 1977. Fu quel giorno che capì che le parole per risuonare bene devono prima entrare nell'incavatura del bicchiere e solo dopo uscirne arricchite di vigore e consapevolezza. Perché gli specchi che riflettono e basta, magari facendo le smorfie agli osservatori/lettori, nel mondo del giornalismo non servono: fanno solo numero!
Giorgio ormai l'aveva capito.
11:50 Scritto da: ernestina82 | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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